Una strategia di largo respiro per l'Italiano: ne parliamo con Alessandro Masi, segretario generale della Dante Alighieri

 

Serve una politica della lingua

 

Esistono decine di milioni di persone in tuttoil mondo interessate alla nostra cultura

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Si chiude l'anno che ha sancito la grande apertura dell'Europa: venticin­que Stati nell'Unione e venti lingue ufficiali in giro per il mondo, il nostro mondo. Ma la lingua italiana che fine farà in questa Babele? Lingua naziona­le oppure internazionale, quale sarà la sfida del futuro? E oggi, in­tanto, che cosa manca alla "bella lingua" per evocare il meglio di sé in chi la sceglie o in chi non può sceglierla?

A tutto risponde Alessandro Masi, segretario generale della Dante Alighieri, Società con più di cento anni di storia e di seicento comita­ti sparsi per il globo. Spiega perché l'Italia non possa più fare a meno di una "politica della lingua". Chie­de alle Istituzioni di intervenire per evitare la chiusura delle catte­dre di italiano in Svizzera. E rac­conta della prima "mostra itine­rante" della lingua italiana all'e­stero, con un appello finale al Qui­rinale, "perché il 2005 diventi l'an­no dell'orgoglio della lingua italia­na".

Alessandro Masi è nato a Roma e ha quarantaquattro anni.

 

Gli inglesi dicono che fra quindici anni nel mondo si parlerà soltanto o preva-entemente in inglese. Gli italiani che cosa dicono?

Che gli inglesi non hanno fatto i conti con l'arabo, col cinese e con lo spagnolo. E che l'Italia non ha l'obiettivo primario di competere con le lingue veicolari, ma di af­fermarsi fra le grandi lingue di cul­tura. L'identità della nostra lingua rispecchia un modo d'intendere l'arte, la letteratura, la poesia, la scienza, la filosofia ma anche la vi­ta di tutti i giorni. Riflette un con­centrato di sapere e di stili fra i più alti che noi conosciamo. La lingua italiana ha permesso a Leon Batti­sta Alberti di scrivere d'architettu­ra e a Leonardo di pittura, a Dan­te d'ideare " La Divina Commedia ". Soltanto riscoprendo questo stru­mento formidabile, soltanto riap­propriandoci dell'identità culturale forte rappresentata dalla lingua italiana, possiamo renderci conto di che cosa essa possa significare per chi parla altre lingue. Un'offer­ta di qualità, una risorsa di alto "li­gnaggio" per chiunque.

Gli spagnoli sostengono che fra vent'anni il sei per cento della popolazione del pianeta comunicherà in spa­gnolo. Gli italiani che cosa sostengono?

Che ci sono differenze e analogie. Storicamente lo spagnolo s'è dif­fuso sull'onda di un approccio co­loniale che l'italiano non ha mai avuto né preteso d'avere. La nostra mentalità è stata diversa, e oggi raccogliamo anche il frutto della diversità: l'italiano non si impone, ma si sceglie. Perfino nel nostro stesso Paese l'unità linguistica l'a­vevamo trovata molti secoli prima dell'unità politica, la Nazione ha preceduto lo Stato. Oggi siamo di fronte a un fenomeno del tutto nuovo: come insegnare la lingua italiana nel mondo globale. Come far pesare la nostra presenza qua­lificante all'estero. Se ci pensiamo, è un problema giovane, che in pas­sato non s'era mai posto in queste dimensioni "planetarie". Perfino le

scuole italiane sorte alla fine del­l'Ottocento o ai primi del Nove­cento in diverse parti del mondo avevano un'altra, più modesta e più pratica funzione: far integrare i figli degli emigranti nel nuovo Paese di residenza, e spesso di na­scita.

L'analogia con gli spa­gnoli qual'è?

Il senso della sfida. Ora siamo tut­ti costretti a puntare sulla qualità dell'insegnamento, ora dobbiamo calibrare la politica estera del no­stro Paese con quella della lingua italiana. La novità è che è finito il tempo dell'ordine sparso, quando ciascuno di noi agiva per conto suo: è arrivato il momento del con certo, delle prove generali della grande orchestra d'Italia. Che co­s'è la nostra lingua? È una lingua di cultura, capace di attrarre sia lo studioso che il turista straniero? È una "bella lingua"? Siccome la ri­sposta è "sì", due volte "sì", allora il sistema italiano è su questo che de­ve puntare le sue carte. E così di­venta realistico anche il moderno confronto con la lingua spagnola. Perché anche noi abbiamo nel mondo un pubblico di decine e de­cine di milioni di persone - di­scendenti di italiani oppure no -, potenzialmente e concretamente interessati a conoscere e a comu­nicare in italiano.

I francesi ricordano che la loro lingua circola in una cinquantina di Paesi francofoni. Gli italiani che cosa ricordano?

Il rapporto col francese è di tutt'altra natura. Per certi versi abbiamo problemi analoghi. Il francese è stata una grande lingua parlata, e parlata ancora, nei congressi, nella diplomazia, nelle sfere alte di una certa politica internazionale. Ma sta soffrendo un po' proprio quel­lo che soffre una lingua di cultura, cioè ['"assalto" delle lingue di uso e di consumo: da tempo l'inglese, e in prospettiva lo spagnolo. Guai però a perdere il senso della me­moria, ecco in che cosa torniamo ad accostarci alla lingua francese. Guai a perdere l'identità, non ri­cordando più se il Colosseo sorge a Roma o al Cairo: questo è il ri­schio vero. Quanto alla circolazio­ne della lingua, mi permetto di os­servare che anche noi abbiamo la possibilità di diffondere l'italiano in decine di Stati che per geografia, per storia di emigrazione o per simpatia - penso alla Serbia, al­l'Ucraina - "orbitano" in un'area italofona. L'Italia dovrebbe final­mente porsi il problema di una po­litica linguistica forte e per una forte immagine dell'Italia all'este­ro. Un'immagine non piagnona, non di lamento, ma di grande di­gnità nel dire che chi sceglie la lin­gua italiana, fosse anche l'uno per cento dell'umanità, ha fatto una grande scelta. Perché ha fatto una scelta di conoscenza, di cultura e di sapere, cioè di apertura. Diciamo­lo senza trionfalismi ma anche senza complessi.

I tedeschi stanno otte­nendo riconoscimenti for­mali sull'uso della loro lin­gua come "lingua di lavoro"nell'Unione europea allarga­ta. Gli italiani che riconosci­menti ottengono?

Chi fa politica della lingua, ma an­che chi fa politica, deve tenere l'oc­chio fuori dall'Italia per vedere e per capire quel che cambia, e sem­pre più rapidamente. Nell'Unione, e soprattutto negli uffici che con­tano e che decidono a Bruxelles, è impensabile che la lingua italiana non abbia il riconoscimento del rango che le spetta. Se così non è, bisogna difendere la posizione del­la parità linguistica, che peraltro deriva dalle origini del primo sta­tuto europeo degli Stati. Io penso che non ci siano alternative: o si ri­nuncia a far pesare la lingua ita­liana come pesa, per esempio, il te­desco nelle Istituzioni dell'Unione oppure si riafferma e si difende il diritto all'autentica parità anche come "lingua di lavoro". Rinuncia o riaffermazione, tertium non datur. Mi pare una questione di principio fra le più rilevanti nel campo del­le lingue nell'Unione.

Quali sono oggi le diffi­coltà nel diffondere la lingua italiana nel mondo?

La mancanza di una strategia uni­ca anche per far conoscere l'italia­no ai non italiani residenti in Italia. Mi permetto di lanciare un ap­pello alle Università per gli stra­nieri, alle Università in generale e a tutte le Accademie, in primis la Crusca , alle istituzioni e associa­zioni che a vario titolo si dedicano alla lingua e alla cultura italiana: arriviamo quanto prima al certifi­cato unico della lingua, perché questo è il biglietto per il futuro. Rappresenta la conoscenza "certi­ficata", appunto, della nostra lin­gua, un traguardo non meno im­portante dell'adesione ai principi della Costituzione e del rispetto delle leggi della Repubblica. È il corollario del nuovo patto che il cittadino straniero stringe con l'I­talia. Arriviamo, dunque, a mette­re tutti insieme in un unico docu­mento le caratteristiche di qualità previste dal Consiglio d'Europa. I criteri già esistono e sono noti. Bi­sogna adottarli e presentarci uniti all'appuntamento. Serve "un" do­cumento riconosciuto dallo Stato, indipendentemente dal fatto che il richiedente possa ottenerlo dalla Dante, dall'Università o da altre istituzioni. Basta giocare ai guelfi e ai ghibellini anche su questo!

L'esperienza che provie­ne dai "comitati" della Dan­te nel mondo incoraggia o induce alla preoccupazione sulla diffusione dell'italiano?

La Società rappresenta una grande risorsa, anche in quei luoghi come la Svizzera , dove l'italiano è lingua di Stato. Eppure, le autorità elveti-che hanno da poco deciso di chiu­dere la cattedra d'Italiano del Poli­tecnico Federale di Zurigo, che è stata la grande cattedra di Dante Isella e di Francesco De Sanctis. E a rischio sono le cattedre d'italiano a Neuchàtel e a Basilea. Di per sé il fatto non è soltanto grave per ra­gioni, chiamiamole, sentimentali e storiche, se solo si pensa a quello che generazioni di emigranti ita­liani hanno costruito in Svizzera: e proprio a Neuchàtel, edificata col sudore della nostra fronte. Lì c'era Mazzini, lì è nato il primo Tricolo­re! Ma l'insidia riguarda in parti­colare il futuro: smontare quelle cattedre è come far smarrire l'i­dentità dei nostri connazionali e dei loro figli, aprendo la strada^ un domani, per far entrare prima l'in­glese e poi lo spagnolo. Vede, io non faccio del vittimismo: è giusto andare a vedere e a capire perché gli svizzeri abbiano preso o stiano per prendere quelle sorprendenti decisioni. Ma a "resistere" sono so­lo la Dante , con una ventina di co­mitati sul territorio, e i nostri am­basciatore e console, i quali hanno scritto per avere delle spiegazioni. Ma insomma, noi come Paese, chiedo e mi chiedo, possiamo ri­manere insensibili a queste cose?

Il 2005 sarà più l'anno dei grattacapi, alla Svizzera, o del rilancio di una politica internazionale della lingua italiana?

Io vorrei che diventasse l'anno del­l'orgoglio della lingua italiana. Un anno per rivedere e riattivare si­tuazioni di luoghi e di comunità che stanno solo aspettando che fa lingua italiana ricominci a suona­re nel concerto delle lingue d'Eu­ropa e del mondo. Bisogna inter­venire in tutte quelle aree, e sono molte, in cui l'italiano ha marcato i giorni della storia nel passato e le novità nel presente. Penso, per esempio, al ricco rapporto col mondo tedesco in casa e fuori; da Bolzano a Hannover bisogna ri­promuovere delle forti iniziative di lingua e di cultura italiana. Quasi un "grande tour" della lingua ita­liana nel mondo. Per quanto ci ri­guarda, noi allestiremo la più im­portante mostra della lingua che sia mai stata fatta all'estero, inau­gurandola il 18 febbraio al Museo nazionale di Zurigo. Centinaia e centinaia di documenti, di codici, di filmati, di opere d'arte...

! Mostra "una tantum" oppure itinerante?

Itinerante. Una parte della sezione è già stata portata a Tirana con no­tevole successo. La mostra, che ha il patrocinio della presidenza della Repubblica, è stata prenotata a Londra, a Gerusalemme, a Sofia, a Kiev, a Mosca e in molte città del­l'Argentina.

A proposito della presi­denza della Repubblica: e se nascesse lì il primo "osserva­torio nazionale" della lin­gua? Una sorta di Autorità che segnala a palazzo Chigi, alla Farnesina e al Parlamen­to iniziative per valorizzare la lingua italiana nel mon­do?

Sarebbe una piccola, grande svol­ta, io credo. Abbiamo tutti bisogno di una forte politica per la lingua, che è un patrimonio dell'intera Na­zione. Sono certo che un'Autorità che operasse con l'impulso di un presidente tanto rispettato come Carlo Azeglio Ciampi, sarebbe di aiuto e di conforto per fare dell'i­taliano la più antica lingua mo­derna.

f.guiglia@tiscali it (Federico Guiglia)

 

Non possiamo competere con

l'inglese, ma dobbiamo puntare

a valorizzare la forza culturale

del nostro idioma Un appello

alle Università, alle Accademie,

alle altre istituzioni culturali

e, soprattutto, al Quirinale:

«Il 2005 diventi l'anno

dell'orgoglio della lingua italiana»

 

Il Secolo d'Italia 22/12/2004