di Federico Gobbo
L'allargamento progressivo dell'Unione Europea dalla sua fondazione ad oggi ha portato le istituzioni comunitarie a confronto con un multilinguismo ampio e difficile, come mai era accaduto prima nella storia delle istituzioni a rilevanza internazionale o sovranazionale. In questo intervento intendo mostrare come la parità linguistica sancita dalla sua fondazione è una realtà solo de jure, sia da una prospettiva istituzionale, che dalla prospettiva dei cittadini. Verranno illustrati alcuni dati ufficiali sull'uso delle varie lingue nell'Unione. La consapevolezza di questa discrasia tra il diritto e la prassi quotidiana nelle istituzioni ha portato diversi linguisti a interrogarsi sui possibili interventi per ripristinare una situazione più equa, su entrambi i fronti, quello istituzionale e quello dei cittadini. In seguito presenterò le posizioni principali degli specialisti riguardo la situazione linguistica europea, raggruppate secondo tre prototipi: la "posizione globalista", che sancisce il predominio dell'inglese; il "plurilinguismo articolato", che propone il francese e il tedesco come argini dell'inglese, e il "bilinguismo ecologico", che nella versione che presenterò intende applicare il paradigma dell'ecologia linguistica adottando l'esperanto come lingua federale europea.
2. L 'Unione Europea a 25 membri: una situazione linguistica sostenibile?
Il 1 maggio 2004 è una data importante nella storia dell'Unione Europea: il numero dei Paesi membri è stato innalzato a venticinque, e le lingue ufficiali sono diventate venti. Si tratta di un allargamento altamente significativo: prima di tale data i paesi membri erano quindici e le lingue ufficiali undici. E il processo non si fermerà certo qui: sono ufficialmente Paesi candidati la Bulgaria , la Croazia , la Romania e la Turchia , e non ufficialmente si possono annoverare anche la Jugoslavia (o, se si preferisce, la Serbia ), la Bosnia-Erzegovina e qualcuno propone anche Israele. Ognuno di questi Paesi ha come lingua nazionale una lingua non ancora presente nel novero delle lingue ufficiali, e nel caso entrassero a far parte della casa comune europea il numero verrebbe innalzato a ventisette. Come si è giunti a questa situazione?
La data di nascita dell'Unione Europea viene fatta risalire al 9 maggio 1950, quando il ministro degli Affari esteri francesi Robert Schuman lanciò la proposta. Si era in un'Europa ben memore del secondo conflitto mondiale, che non voleva più essere dilaniata da guerre intestine: il pensiero primario dei fondatori era di creare un'istituzione che garantisse la pace nel continente durevolmente. Non c'era un'attenzione particolare alla questione della lingua, anche nella visione politica che intendeva l'Unione in prospettiva non come un accordo tra Paesi membri ma più incisivamente come Stati Uniti d'Europa. E in effetti, a ben guardare, l'incisività delle istituzioni europee agli albori aveva uno scarso impatto sulla vita quotidiana dei cittadini, perlomeno rispetto alla loro vita linguistica. Quando nel 1951 fu fondata la prima delle istituzioni europee, la CECA , i Paesi membri erano sei (Belgio, Germania occidentale, Lussemburgo, Francia, Italia, Paesi Bassi) e le lingue di lavoro quattro (francese, italiano, nederlandese, tedesco): una situazione simile a quella della Svizzera, certamente sostenibile da un punto di vista istituzionale. Basti pensare che sette anni più tardi, vale a dire nel 1958, quando entra in vigore l'importante Trattato di Roma e viene istituita la CEE , i funzionari interpreti erano quindici [1].
Da un punto di vista della politica linguistica, fin dalla sua fondazione dunque l'Unione Europea ha seguito un criterio eminentemente pratico: far funzionare le sue istituzioni. Che questo potesse o dovesse avere un'influenza sull'apprendimento linguistico dei cittadini dei Paesi membri, non è stato preso minimamente in considerazione. Ne è conferma lo statuto particolare del lussemburghese: la lingua del Lussemburgo non divenne lingua ufficiale alla fondazione delle istituzioni europee, nonostante sia la lingua prima della maggior parte dei suoi abitanti (1) , e non ha mai avuto troppe velleità di inserimento come lingua ufficiale. In altri termini, il lussemburghese è lingua nazionale e quindi lingua prima (L1) di un Paese fondatore, che decide di non avvalersi istituzionalmente di tale lingua. Un'altra anomalia si verificherà per l'irlandese nel 1973, quando l'Irlanda entra a far parte dell'allora Comunità Europea ma l'irlandese non entra come lingua ufficiale a pieno titolo, acquisendo uno status peculiare. In quell'anno le lingue ufficiali diventano sei (vengono aggiunte danese e inglese). Mi sembra evidente che fino a tempi recenti ci sia stata una politica di contaìnment, contenimento del moltiplicarsi delle lingue ufficiali per motivi eminentemente pratici e squisitamente istituzionali. Nessuna ricaduta sulla politica linguistica dei Paesi membri emerge dalle istituzioni europee, e questo è evidente dal fatto che non esiste alcun tipo di concertazione nelle politiche linguistiche delle scuole dell'obbligo. Eppure, anche considerando solo la situazione linguistica delle istituzioni dell'Unione, esiste una discrasia tra la situazione de jure e quella de facto nell'uso delle lingue ufficiali, che ora vengo a mostrare.
L'articolo 21 (ex articolo 8 D) del Trattato CE sancisce che: "ogni cittadino dell'Unione può scrivere alle istituzioni o agli organi comunitari in una delle lingue ufficiali e ricevere una risposta nella stessa lingua". La legislazione dell'Unione, inoltre, deve essere tradotta in tutte le lingue ufficiali. Questo è quanto viene sancito dai princìpi. Ma nell'Unione Europea di oggi a venticinque membri qual è la situazione? In prima istanza, notiamo che le 'lingue di lavoro', locuzione per indicare le lingue ufficiali effettivamente usate istituzionalmente, in
(1) Può stupire, ma il lussemburghese non era lingua ufficiale in Lussemburgo allora: divenne lingua ufficiale solo nel 1984.
casi specifici come le discussioni interne devono essere scelte nel novero delle lingue ufficiali. In altri termini, significa che è possibile di diritto ed è prassi che istituzionalmente si faccia uso in moltissimi contesti europei di alcune lingue ufficiali a discapito di altre. Ancora più evidente è la situazione nel caso delle agenzie comunitarie: fatta salva l'eccezione per il Centro di Traduzione degli Organismi dell'Unione Europea, le altre agenzie non usano in nessun caso tutte le lingue ufficiali come lingue di lavoro, ma prediligono in primis l'inglese, e in seguito francese e tedesco [2].
Ma il caso più eclatante è il regime di interpretazione e traduzione. Per quanto riguarda l'interpretazione, la norma emergente d'uso viene detta 'interpretazione asimmetrica': tutti i delegati parlano la propria madrelingua, ma ascoltano
l'interpretazione soltanto in alcune lingue. Si intende cioè limitare il numero delle 'lingue attive' (locuzione che indica una lingua parlata dagli interpreti e ascoltata dai delegati), poiché gli interpreti sono una "risorsa scarsa", come recita il testo [3]. Nel caso il numero delle lingue attive sia ridotto a uno, si parla di 'situazione di pivot', situazione che viene ammessa come misura di necessità, anche se sconsigliata [4]. Addentrandoci nei meandri dell'euroburocratese, impariamo poi cos'è il 'principio del relais': il delegato parla in una lingua A che l'interprete non conosce, quindi questi si collega all'audio della cabina di un collega che sta traducendo in un'altra lingua B da lui padroneggiata e traduce da quella lingua [5]. Mi sembra evidente che de facto i delegati eletti dai cittadini non sono tutti in posizione di parità perché chi necessita il ricorso a un relais non può che perdere forza argomentativa, tenuto conto della perdita informativa insita in ogni atto di trasposizione da una lingua ad un altra. Per quanto riguarda la traduzione, i dati ufficiali sulla produzione documentale delle istituzioni sono alquanto evidenti (vedi grafico nella pagina seguente).
Si noti, per cominciare, che i dati si riferiscono al 2003, dunque prima dell'allargamento a venticinque membri: nulla fa pensare, comunque, che la situazione cambi radicalmente nel corso del 2004, se non in peggio. I documenti vengono scritti come bozze (draft) per la grandissima parte in inglese e francese come lingue fonte (source languages). Non solo: la maggior parte dei documenti viene tradotta in tedesco, francese e inglese (!) prima che nelle altre lingue (target languages). Infine: la tendenza sul lungo periodo (dal 1992 al 2003) mostra un aumento della mole di pagine da tradurre (quasi un milione e mezzo!) e un netto declino delle bozze scritte in francese e tedesco a vantaggio dell'inglese. I valori relativi alle altre lingue, compreso il nostro italiano, sono alquanto sconfortanti.
A questo punto possiamo concludere che nell'Unione Europea l'inglese è la lingua ufficiale più usata e sempre più rilevante, francese e tedesco mantengono una loro importanza, le altre sembrano essere completamente fuori gioco. Notiamo a latere, di passaggio, che questa situazione riflette gli equilibri politici dei Paesi membri in seno all'Unione Europea: il Regno Unito, patria dell'inglese, da un lato (con un occhio oltreoceano), la Francia e la Germania , patrie rispettivamente di francese e tedesco, dall'altro (tanto che alcuni politologi parlano di 'Framania' a proposito dell'Unione Europea), sono sovente i Paesi membri con il peso politico maggiore nell'Europa del nostro tempo.
3. Una proposta per il plurilinguismo articolato
Una delle posizioni dei linguisti davanti all'avanzata dell'inglese in Europa si basa proprio sul prestigio e vigore che ancora detengono francese e tedesco: posto che il plurilinguismo è un valore in sé, si propone un "plurilinguismo articolato" inglese-francese-tedesco come soluzione per le istituzioni dell'Unione Europea ma anche come politica linguistica diffusa, vale a dire con implicazioni per tutti i cittadini. La versione più recente e dettagliata del plurilinguismo articolato è il do

cumento detto Raccomandazioni Mannheim-Firenze [6]. Si tratta di un documento redatto dalla neonata Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali, istituzione che dal 2003 riunisce in unico organismo la nostra Accademia della Crusca e le sue controparti spagnola, francese, inglese, tedesca e altre. Innanzitutto, bisogna ammettere che c'è molto buon senso linguistico in questo documento - e ci mancherebbe altro, visti gli autori. Per esempio, viene enunciato con chiarezza il diritto-dovere a padroneggiare la lingua standard per tutti, nativi o immigrati, bambini o adulti.
Scopo dell'insegnamento della lingua prima (lingua materna) è l'acquisizione di una competenza orale e scritta che permetta una piena partecipazione alla vita sociale (art. 2) [...]
Gli immigrati devono essere aiutati ad apprendere la lingua del Paese nel quale vivono. A tal fine, bambini ed adulti devono ricevere un insegnamento adeguato (art. 5).
C'è un importante e non scontato richiamo a non perdere le radici linguistiche dell'Europa: il latino e il greco antico.
Lo studio delle lingue classiche e delle corrispondenti civiltà deve essere incoraggiato, particolarmente in considerazione del loro contributo alle lingue e al patrimonio culturale dell'Europa moderna (art. 4).
Lascia un po' perplessi invece la formulazione del 'principio di prossimità' per la seconda lingua straniera (L2) da imparare - la prima è ovviamente l'inglese, come ammette Sabatini altrove, citando una bella espressione del nostro poeta Andrea Zanzotto, inglese come lingua 'panterrestre':
Anche l'insegnamento delle lingue straniere contribuisce a conservare la diversità linguistica europea. Questo insegnamento deve aver inizio al più tardi nella scuola elementare e deve adottare criteri di qualità intereuropei. Lo scopo da raggiungere è quello di permettere agli allievi di comunicare con efficacia, oralmente e per iscritto, in almeno due lingue straniere europee. Nel ventaglio delle lingue che vanno insegnate potrebbero essere scelte con priorità le lingue dei Paesi con i quali vi sono maggiori contatti (art. 3, corsivi miei).
In altri termini: in un mondo globalizzato, quali sono le lingue europee di cultura con le quali le varie realtà hanno maggiori contatti? Possiamo arguire siano tedesco e francese. Pur se proposti un po' di soppiatto, seguendo la ratio del documento mi sembra che francese e tedesco possano giocare concretamente un ruolo. La situazione che andrebbe a profilarsi sarebbe la seguente: in primis, la prima lingua seconda (L2) studiata viene a essere l'inglese in tutta l'Unione Europea (salvo dove è L1), e quindi di fatto sancita come lingua di lavoro unica nelle istituzioni comunitarie, e inoltre, a seconda dei singoli Paesi membri, ci sarebbe una seconda lingua straniera (L2) scelta da ogni Paese
membro, presumibilmente il francese o il tedesco.
Quanto è fattibile tale, autorevole, proposta? Intanto, lasciare libertà di scelta alle singole aree rende il tutto assai complicato: si prefigura un'Europa dell'Est che predilige il tedesco, una dell'Ovest che predilige il francese, avendo tutti come lingua comune l'inglese. Che senso ha? E perché il documento non parla della salvaguardia delle lingue minori a interesse regionale, come il catalano e il sardo? A prescindere da queste mancanze, come detto poc'anzi l'attenzione si focalizza sull'educazione linguistica nella scuola dell'obbligo:
è ...necessario che in ciascun paese la o le lingue standard siano insegnate a tutti i livelli
dell'istruzione come materie principali (art. 2). Vanno potenziati gli scambi scolastici sia degli alunni che degli insegnanti, e vanno semplificate le relative procedure burocratichc (art. 7). Le ricerche concernenti l'insegnamento della lingua primaria e delle lingue straniere devono trarre
maggior vantaggio dalle possibilità offerte dalla cooperazione europea.
La presupposizione implicita è che i giovani europei padroneggino due lingue straniere (L2) a testa mediante l'istruzione scolastica. Su questo punto i dati Eurostat più recenti che abbiamo a disposizione risalgono all'anno 2001, ma come vedremo comprendono anche alcuni dei nuovi Paesi membri. Il metro di misurazione della competenza linguistica si basa sull' International Standard Classification of Education (ISCED), una classificazione certificata dall'Unesco che misura uniformemente i livelli di istruzione nelle scuole del mondo. Il livello 2 corrisponde al momento della conclusione del periodo delle scuole medie inferiori italiane, il livello 3 corrisponde alla fine del periodo delle scuole medie superiori. I dati che seguono nella pagina seguente, si riferiscono al livello 3.
La prima colonna indica i Paesi in esame, mentre la seconda indica il numero di lingue straniere conosciute dagli scolari giunti al livello 3 ISCED. In
altri termini, risponde alla domanda: quante lingue si imparano? Le tre colonne di destra rispondono invece alla domanda: qual è la prima lingua seconda (L2) scelta dalle politiche formative di ciascun Paese membro? Le risposte prese in considerazioni sono: inglese (ENG), francese (FRN) e tedesco (GER) (2). I valori in queste tre colonne sono dati in percentuale. 'NP' indica 'non pervenuto', e 'L1' indica che la popolazione del Paese in considerazione padroneggia in maggioranza la lingua in esame come lingua materna (L1).
L'analisi dei dati è piuttosto semplice: sono solo due i Paesi in cui la maggior parte degli scolari europei al termine delle scuole superiori conosce in media due o più lingue seconde (Lussemburgo ed Estonia), e nella stragrande maggioranza la prima lingua straniera (L2) scelta è l'inglese: sono solo due i Paesi membri in cui questi valori scendono sotto l' 80%: Lituania e Ungheria. Anche nei Paesi dell'Est europeo, e può stupire, l'apprendimento dell'inglese supera comunque abbondantemente quello del tedesco. Anche il francese è
(2) Le abbreviazioni sono secondo lo standard del Summer Institute of Linguistics (SIL).
Stato membro |
L2 |
ENG |
FRN |
GER |
Belgio |
1,8 |
94,1 |
48,3 |
30,3 |
Repubblica Ceca |
1,3 |
96,6 |
14,7 |
75,7 |
Danimarca |
1,5 |
91,0 |
22,9 |
69,6 |
Germania |
NP |
92,0 |
29,4 |
LI |
Estonia |
2,2 |
90,9 |
4,3 |
46,3 |
Grecia |
1,0 |
94,3 |
14,0 |
3,1 |
Spagna |
1,2 |
95,5 |
23,9 |
0,9 |
Francia |
1,7 |
99,3 |
LI |
31,2 |
Manda |
0,9 |
LI |
66,2 |
19,1 |
Italia |
1,2 |
81,8 |
27,0 |
7,8 |
Cipro |
1,6 |
89,8 |
68,7 |
1,3 |
Lettonia |
NP |
89,2 |
4,0 |
51,8 |
Lituania |
1,6 |
73,7 |
7,8 |
37,0 |
Lussemburgo |
2,3 |
93,1 |
89,4 |
87,6 |
Ungheria |
1,2 |
60,6 |
6,1 |
47,8 |
Malta |
0,7 |
80,7 |
8,1 |
0,8 |
Olanda |
1,6 |
98,2 |
26,7 |
32,0 |
Austria |
NP |
NP |
NP |
LI |
Polonia |
1,4 |
90,1 |
15,2 |
62,4 |
Portogallo |
NP |
90,1 |
NP |
NP |
Slovenia |
1,4 |
95,6 |
7,8 |
83,3 |
Slovacchia |
1,4 |
95,9 |
13,1 |
78,8 |
Finlandia |
NP |
99,5 |
22,2 |
43,3 |
Svezia |
1,7 |
99,8 |
25,6 |
53,5 |
Regno Unito |
NP |
LI |
NP |
NP |
Fonte: Eurostat 2001
molto distante dai valori dell'inglese. Si noti che ho detto 'conoscere', non 'padroneggiare' una lingua seconda (L2): queste statistiche considerano solo ed esclusivamente i risultati sulla carta, cioè i diplomi ottenuti a seguito di un esame. E sappiamo tutti che imparare una lingua straniera a scuola non significa padroneggiarla in contesti reali d'uso. Per cui, con buona pace di Sabatini, il "rischio del precoce plurilinguismo monoestero", cioè la padronanza di una sola lingua straniera (leggi: dell'inglese), è un rischio non solo concreto ma non mi sembra arginato efficacemente da un'eventuale iniezione massiccia di francese e tedesco.
4. La soluzione pragmatica: la lingua 'panterrestre'
Un'altra posizione molto diffusa tra i linguisti è quella che definirei "posizione globalista". L'esponente, prestigioso, di questa posizione, che prenderò come prototipo, è David Crystal[7]. L'argomentazione è la seguente: l'inglese non appartiene più ai suoi parlanti nativi L1 ma è la lingua seconda panterrestre, la global language. La storia del secolo scorso ha visto decrescere la forza del francese come lingua internazionale a favore dell'inglese, e il processo di globalizzazione ha dato una forza all'inglese che mai una lingua nazionale aveva avuto prima nella storia: tanto vale ufficializzare una realtà di fatto.
Si tratta di un punto di vista pragmatico, che non tiene conto - e non vuole tenerne conto -di questioni relative all'equità linguistica. Ma prescindendo momentaneamente da queste ovvie questioni di equità, diritto e giustizia, vediamo se pragmaticamente la proposta regge nell'ambito specifico dell'Unione Europea, e con quali conseguenze.
Facciamo un po' di fantapolitica, ma non troppo. Le posizioni antieuropeiste di alcuni movimenti politici britannici potrebbero avere la meglio e ottenere che il Regno Unito esca dall'Unione, per esempio con un referendum popolare (3). A questo punto l'inglese potrebbe cessare di essere lingua ufficiale e rientrare come lingua federale, perché non essendo più L1 di cittadini dell'Unione Europea non violerebbe ulteriormente l'articolo 21 citato in precedenza (4). In altri termini, in questo scenario l'inglese verrebbe ufficializzato come L2 di tutti i cittadini d'Europa, dalle scuole elementari. Cosa succederebbe?
Il primo punto che viene a porsi è un problema di pianificazione linguistica: quale inglese scegliere? In altri termini più tecnici, quale varietà standard: lo Standard British English o l'American General English? In termini non specialisti, BBC o CNN? E' noto che la mutua comprensibilità tra parlanti nativi inglesi e statunitensi non è affatto garantita, e la distanza tra le due varietà standard dell'inglese è notevole: Noah Webster scrisse oltre due secoli fa una 'dichiarazione di indipendenza linguistica' dell'inglese made in Usa dando prestigio alla norma americana emergente (5). Circa venticinque anni fa anche l'Australia ha fatto lo stesso. Dovrebbe esserci un Noah Webster europeo che faccia un'operazione di pianificazione analoga. Celiando un poco, potremmo chiamarla, che so, il Common European English (CEE). Si tratta, sia ben chiaro, di una lingua ufficiale federale: verrebbe insegnata come L2 nelle scuole di ogni ordine e grado in tutti i Paesi membri.
(3) Si tratta della posizione dell'europarlamentare inglese Natrass, che ha promesso nell'aprile di quest'anno l'uscita del Regno Unito dall'Unione entro cinque anni. La vittoria del suo partito, l'UKlP (United Kingdom Independence Party), rende questo scenario tutt'altro che peregrino.
(4) Ovviamente la Repubblica d'Irlanda dovrebbe accettare pienamente come propria lingua il gaelico, e non l'inglese.
(5) Per esempio, il film scozzese del 1998 My name is Joe è stato diffuso sul mercato statunitense con i sottotitoli.
Nella situazione attuale, poiché la politica linguistica dell'Unione Europea raramente esce dai palazzi di Bruxelles o di Strasburgo, non sembra esserci bisogno di una pianificazione linguistica di questo tipo. Attualmente l'inglese in uso presso le istituzioni europee è una strana variante, che è stata chiamata in un recente articolo su The Econontist "inglese morto, burocratico" [8]. L'articolo recensisce un vademecum per anglofoni e francofoni per evitare gaffes con i colleghi delle rispettive madrelingue, pubblicata di recente negli uffici dell'Unione. Per esempio, se un inglese dice: I understand, up to the point (lett. 'ho capito, fino a questo punto') intende dire 'ho capito non nella migliore delle maniere'. Altro esempio. Se un inglese dice: I hear what you say (in italiano tradurremmo: 'capisco cosa intendi') intende dire 'non sono d'accordo e non ho intenzione di proseguire sull'argomento', difficilmente intuibile per un parlante non-nativo. Dall'altra parte, se un francese dice: II faut la visibilité Enropéenne (lett. 'abbiamo bisogno di visibilità europea') intende dire 'l'Unione Europea deve essere indulgente in alcuni punti che potrebbero danneggiare la nazione nel contesto internazionale'.
Nel caso di una variante inglese continentale, di un Common European English, per così dire, si formerebbero espressioni in inglese non comprensibili agli inglesi stessi, nel volgere di una generazione di parlanti nativi inglese-continentale. Forse l'inglese "imploderebbe", come sostiene il traduttore e scrittore Diego Marani: il suo ludus linguisticus, l'europanto [9], è una prefigurazione di quanto accadrebbe: una lingua fortemente ibridata, con un grado di allomorfia spaventoso, irriconoscibile come inglese, il cui ruolo sarebbe di Dachsprache (lingua tetto) delle altre lingue nazionali europee.
Ma ammettendo questo scenario, quali sarebbero le conseguenze nel caso l'inglese venga ufficializzato come L2 di tutti i cittadini d'Europa, in particolari quali conseguenze per le altre lingue d'Europa?
5. 'Stop alla morte delle lingue!' : il paradigma dell'ecologia linguistica
Una risposta a questa domanda viene da un altro linguista inglese, Phillipson, ed è: gravissima. Dice l'autore: 'se l'Unione Europea non agisce valorizzando le proprie lingue, l'avanzata dell'inglese le eroderà.' [10] II dominio dell'inglese secondo l'analisi di Phillipson è molteplice e pervasivo: (a) dominio militare, attraverso la NATO ; (b) dominio commerciale, perpetrato dalle multinazionali, quasi tutte in realtà di matrice statunitense; (e) dominio scientifico, attraverso il progressivo monopolio dell'innovazione scientifica e tecnologica; (d) dominio mediatico, semplificando, da Reuters a CNN; (e) dominio nel mondo giovanile: per esempio, dagli anni '60 la musica rock parla inglese in tutto il mondo. Nel suo recente e dettagliato rapporto, Phillipson sostiene che i tempi sono stretti: l'Europa deve al più presto difendere il suo patrimonio linguistico, e quindi culturale, prima che sia troppo tardi, mediante una politica linguistica di rilancio delle lingue nazionali.
Quello che Phillipson analizza in Europa Claude Hagège, noto linguista francese, lo vede come un fenomeno globale: l'egemonia dell'inglese unita al processo di globalizzazione, dice Hagège, da risultati linguicidi. E lancia il suo j'accuse: stop alla morte delle lingue! [11] Siamo in un momento storico senza precedenti: la globalizzazione rende il mondo sempre più piccolo, e tende a uniformare tutto in uno standard mediocre. Una specie di fast-food culturale e quindi anche linguistico. Basta dare un'occhiata ai dati: 25 lingue muoiono ogni anno, cioè una ogni 15 giorni, e nel volgere di un secolo metà delle 5000 lingue oggi esistenti saranno estinte" (6).
Nell'analisi dei linguisti, l'egemonia dell'inglese genera dunque una reazione uguale e contraria a quella del 'pragmatismo globalizzato", una reazione fondata sulla difesa della località e il rilancio del diritto alla lingua come diritto fondamentale dell'uomo. È il paradigma dell'ecologia linguistica, enunciato per la prima volta in maniera compiuta dalla linguista giapponese Yukio Tsuda [12]. Su cosa si basa?
'La mia lingua è la mia patria' diceva il poeta turco Nedim Gursel. La lingua non viene considerata più mero strumento di comunicazione (visione funzionalista) ma anche e soprattutto come veicolo d'identità (la forza centripeta, direbbe Calvet). Il paradigma dell'ecologia linguistica è sussunto da Yukio Tsuda in due principi.
1. Diritto alla lingua: nessuno deve imporre una lingua materna L1 ad un altro, quale essa sia. Questo implica la difesa e la promozione delle lingue minori.
2. Equità nella comunicazione. In contesti comunicativi in cui i parlanti hanno L1 diverse, entrambi usino una L2 comune di cui si abbia piena padronanza.
Conseguentemente, la difesa e l'incoraggiamento del multilinguismo diventano valori in sé, diventano l'ambiente, l'ecologia per un multi-culturalismo. Vediamo ora di applicare i principi enunciati da questo paradigma alla situazione particolare dell'Unione Europea.
6. L 'esperanto come lingua federale europea ecologica
Possiamo esprimere i requisiti di una lingua federale europea ecologica articolando i principi espressi dal paradigma dell'ecologia linguistica nella maniera seguente:
Requisito A. Deve essere una lingua paneuropea. In altri termini, tutti i cittadini dell'Unione devono potersi sentire un po' a casa propria. Questo soddisfa il principio 2.
(6) Le stime dell'Unesco sono ancora più preoccupanti: su 6000 lingue vive mondiali (ognuna con numerosi dialetti) si assume che alla fine del ventunesimo secolo sopravvivcranno circa un decimo.
Requisito B. Deve essere una lingua collaudata e funzionante. In altri termini, dev'essere una lingua i cui contesti d'uso siano sufficientemente ampi per non dover pianificare da zero troppi lessici tecnici, per esempio.
Requisito C. Deve essere semplice e regolare. In altri termini: dev'essere padroneggiabile senza sforzi enormi indipendentemente dalla propria L1, e può avere valore propedeutico per l'apprendimento di strutture di altre lingue, sia L1 che L2. Questo soddisfa il corollario ai due principi, e risponde anche alle raccomandazioni Mannheim-Firenze.
Requisito D. Non deve essere L1 per nessun europeo al momento dell'adozione. Questo è richiesto dal principio 1.
Applicando questi requisiti la posizione globalista non ne esce bene: l'inglese, cosi come qualsiasi altra lingua ufficiale dell'Unione, sicuramente non rispetta i requisiti A, B, D, e forse nemmeno il requisito C. Per assurdo, l'indonesiano o il kiswahili, lingue standardizzate di recente e quindi molto regolari (requisito B), sarebbero più adatte: sono relativamente semplici e regolari (requisito C) e non sono né saranno lingue materne L1 per nessun cittadino europeo nativo (requisito D) (7). L'unico requisito non rispettato è il requisito A, perché non si tratta di lingue a base culturale europea. Vediamo ora come l'esperanto risponda a questi requisiti, uno ad uno.
Requisito A. L'esperanto è una lingua paneuropea. L'esperanto rispetta tutti i modi di pensare europei perché comprende i tre grandi Grund, ambienti, culturali d'Europa: l'eredità greco-latina passata attraverso le lenti francesi (ma non solo), il mondo germanico, il mondo anglosassone, e il mondo slavo. Alcuni esempi.
Dal lessico latino troviamo gran parte del vocabolario in uso, e molti connettori: per esempio sed, kvankam, tamen. Dal greco, oltre a numerosi elementi del lessico tecnico-scientifico ma anche alcuni termini d'uso corrente come il connettivo kaj, l'esperanto prende la marcatura del plurale in -oj per i sostantivi. Molte sono le specificità francesi nel lessico: per esempio krajono e trompi. Troviamo alcuni omografi con l'italiano: libro, popolo. Dal tedesco, latino e greco viene ereditata la presenza e gli usi dell'accusativo (è possibile usare l'accusativo 'alla greca', come dicono i latinisti). Ci sono inoltre diversi elementi del lessico squisitamente germanici: vetero (ted. das Wetter), gasto (ted. der Gasi), vorto (ted. die W ort). Dall'inglese l'esperanto prende il genitivo sassone, che è un caso fossile: kies (di chi?), ties (suo, di lui/lei) e gli altri correlativi del paradigma (8) ed elementi specifici del lessico, come sendi o fajro. Dalle lingue slave l'esperanto prende la marcatura dell'aggettivo in -a, come ha notato Martinet, e alcuni elementi della fonologia, in particolare l'accento fisso sulla penultima sillaba (dal polacco) e alcuni gruppi consonantici: /kv/ in akvo, /sp/ in spruci.
(7) A meno che l'Unione Europea facesse entrare come Paesi membri Stati dell'Africa subsahariana o l'Indonesia, il che è assurdo.
(8) Esiste anche un'altra parola di formazione irregolare, alies (lett. 'di altri') il cui uso è deprecato ma esiste. La forma corretta sarebbe aliies.
L'importante marcatore delle domande sì/no viene preso di peso dal polacco: cu (polacco: czy) e parte del lessico è propriamente russo: pravi, vosto. Lo spazio fonetico dell'esperanto, come notato tempo fa da Alessandro Bausani [13], corrisponde a quello dello yiddish. Non a molti è noto che Zamenhof, il glottoteta dell'esperanto, fu il primo a scrivere una grammatica di yiddish nella storia. La morfologia è prevalentemente agglutinante, il che rende l'esperanto 'la meno europea delle lingue indoeuropee', secondo Pennacchietti [14].
Le peculiarità morfologiche e la presenza del Grund slavo rendono l'esperanto l'unica lingua veramente paneuropea nella sua essenza. Nessun altra lingua inventata a vocazione ausiliaria rispetta difatti il mondo slavo: né l'ido, né l'interlingua, che pure hanno una loro pur minima vitalità.
Requisito B. L'esperanto è una lingua collaudata e funzionante. Meillet disse, nel momento storico in cui i linguisti creavano a tavolino un florilegio di progetti di lingue internazionali: "tutte le discussioni teoriche sono vane: l'esperanto funziona." Sono sempre sconcertato di quanto molti colleghi linguisti siano superficiali trattando di linguistica dell'esperanto. Permettetemi di leggervi un breve passo di Ferdinand De Saussure, scritto nella sua introduzione al secondo corso di linguistica generale, l'atto di nascita della linguistica moderna:
il contratto primitivo si confonde con quel che accade ogni giorno nella lingua... il momento
dell'accordo non è distinto dagli altri... il fatto è che in ogni caso il sistema di segni avrà il
carattere di trasmettersi in condizioni che non hanno alcun rapporto con quelle che l'hanno
costituito (se pure ci si accordi ch'essi sia opera della volontà, come l'esperanto). [15, pp. 41-42]
Già nel 1908, tre anni dopo il primo congresso internazionale di e in esperanto, non aveva più senso considerare la lingua come un progetto: era entrata nella sua 'vita semiologica', per usare un'altra espressione saussuriana. Eppure molte
considerazioni, anche di linguisti professionisti, trattano l'esperanto come se vivessimo ancora tra il 1887 (data di pubblicazione del progetto linguistico) e il 1905 (data ufficiale di entrata nella vita semiologica della lingua). A tutti costoro, posso consigliare una vasta bibliografia sull'argomento [16].
Requisito C. L'esperanto è semplice e molto regolare. Sempre a proposito di bibliografia, non mancano certo le prove sperimentali a favore della semplicità e regolarità dell'esperanto, il che permette di parlare di valore propedeutico per l'apprendimento sia della L1 che delle L2. La prima pubblicazione scientifica che sono riuscito a trovare, in senso cronologico, è datata 1927 [17]. Il quadro di ricerca era The Teachers College Study, uno studio compiuto tra il 1924 e il 1935 nella Columbia University, con classi omogenee dagli 8 ai 65 anni d'età, sotto la guida di Edward L. Thorndike. Mostrò come l'esperanto insegnato a parlanti L1 inglese-americano facilitasse l'apprendimento del francese rispetto ad un insegnamento diretto del francese, a parità di esposizione didattica.
Un successivo studio in questo campo è noto sotto il nome di 'esperimento dei Cinque Paesi (Ungheria, Bulgaria, Italia, Serbia, Slovenia)'. In questo studio, avvenuto tra il 1971 e il 1977, circa mille studenti appartenenti a trentadue
scuole, sotto la guida di Istvan Szerdahelyi, studiarono l'esperanto per provarne la facilità di apprendimento, che veniva anche inquadrata nell'ambito della propedeuticità alle altre lingue straniere. Un ulteriore notevole studio, tutt'ora replicato in vari contesti, viene effettuato nell'Istituto di Pedagogia Cibernetica a Paderborn (Germania), sotto la guida di Helmar G. Frank: ha lo scopo specifico di misurare questo valore propedeutico, questo effetto facilitatore per l'apprendimento successivo di altre lingue. Esso utilizza l'esperienza e l'avanzamento della pedagogia linguistica.
Non è questa la sede per analizzare da un punto di vista tecnico-linguistico l'effabilità di questi esperimenti, porterebbe via troppo tempo. Possiamo però ricordare la distinzione che si effettua comunemente in linguistica, distinzione accettata dalla comunità dei linguisti, tra errori intralinguistici ed errori interlinguistici: tale distinzione ci permette di avere un'idea del perché l'esperanto possa essere investito di valore propedeutico nella pedagogia delle lingue.
Molto schematicamente, gli errori di un apprendente L2 possono dividersi in due tipi: gli errori interlinguistici o di ipergeneralizzazio-ne, avvengono quando si trasferiscono erroneamente regole dalla L1 alla L2; gli errori intralinguistici o di ipersemplificazione, avvengono quando le produzioni della L2 vengono ricondotte a regole troppo semplici rispetto alla complessità della L2. Per esempio, un apprendente l'italiano come L2 potrebbe erroneamente formare il plurale di un uovo enunciando un'espressione come *due uovi. Ciò avviene perché, generalmente, il plurale di sostantivi maschili terminanti in -0 in italiano viene formato con una marca in -i e senza cambiamento di genere. Il caso particolare di 'uovo' deve essere imparato a parte, è un caso speciale, una irregolarità rispetto a questo paradigma. Questo genere di errori nel caso dell'esperanto L2 tende allo zero, vista la sua fortissima tendenza alla regolarità. Questo non significa né che non si facciano errori imparando l'esperanto - gli errori interlinguistici rimangono, e dipendono, lo ricordiamo, da quanto la L 1 sorgente è distante strutturalmente dall'esperanto - né che l'esperanto sia 'senza eccezioni', come a volte dicono gli esperantisti. Si potrebbe fare un'altra conferenza su aree problematiche particolari in esperanto come la morfologia della derivazione abitante-na-
zione e viceversa.
In ogni caso, l'esperanto ha un grado di allomorfia tendente a zero, gode di una corrispondenza uno-a-uno tra spazio grafemico e spazio fonemico, ed è molto regolare, certamente più di qualsiasi altra lingua ufficiale dell'Unione Europea com'è oggi.
Requisito D. L'esperanto non è L1 per nessun cittadino d'Europa (e del mondo). Questo punto è un po' delicato. Alcuni linguisti parlano di 'processo di naturalizzazione nei parlanti L1 di esperanto' [18, 19]. Ci si riferisce a quel migliaio di famiglie nel mondo che hanno scelto di parlare anche in esperanto ai figli. Permettetemi di sottolineare questo 'anche': proprio perché non ha uno spazio linguistico proprio, vale a dire non esiste uno Sprachraum esperantico, tutti i parlanti nativi bilingui di esperanto sono asimmetrici a favore dell'altra o delle altre lingue parlate [20]. Se mi è concessa una boutade per esprimere questo concetto, finché non ci saranno asili in esperanto, l'esperanto non sarà mai pienamente L1.
È vero che ci sono le lingue dei popoli nomadi, come per esempio le lingue rom, che non hanno propriamente uno Sprachraum: ma in realtà queste hanno un loro spazio linguistico proprio, è quello dato dalla comunità. L'esperanto non fa comunità, fa solo comunità virtuale, o meglio collettività: per quanto un fervente esperantista si rechi a tantissimi congressi d'esperanto all'anno, la maggior parte del tempo della sua vita la passa comunque immerso in spazi linguistici che non parlano esperanto. E meno male, altrimenti diverrebbe la lingua di una minoranza: questo non gioverebbe certo alle sue possibilità di uso diffuso come lingua federale europea. Eppure la collettività è mossa da questa tentazione di considerarsi minoranza linguistica [16]. Come diceva Calvet, i confini di uno spazio linguistico sono soggetti a due forze: una forza centrifuga, che tende a considerare la lingua come strumento e quindi a diffonderla, e una forza centripeta, che tende a considerare la lingua come il veicolo di un'identità. Come dicevo, c'è una corrente nella collettività esperantistica che da più valore alla forza centripeta, e che quindi è ostile al radicamento territoriale dell'esperanto in Europa (e ovunque), sulla base del ragionamento seguente: se l'esperanto venisse radicato, nel volgere di una generazione diverrebbe L1 per i suoi parlanti, e gli esperantofo-ni non sarebbero più tutti uguali. Parafrasando Orwell, nel caso europeo, potremmo dire: tutti gli esperantofoni sono uguali ma gli esperanto-foni europei sono un po' più uguali degli altri (9). La risposta a questa posizione a mio parere è duplice.
Il primo aspetto è che l'esperanto è comunque una lingua di cultura europea, per quanto la sua struttura per certi aspetti la avvicini a lingue distanti strutturalmente dall'Europa. Gli europei sono già oggi un po' più uguali degli altri
esperantisti, e l'aspetto paradossale è che questo diventa un problema per gli esperantisti europei: non ho mai sentito un esperantista asiatico a cui non andasse a genio che le basi lessicali della lingua siano eminentemente indoeuropee. Eppure un parlante L1 giapponese, per esempio, che non conosca alcuna L2 deve mandare a memoria oltre il 90% del lessico, fatto che non accade per nessun parlante L1 di una lingua d'Europa.
Prima di affrontare il secondo aspetto volevo illustrarvi brevemente l'esperienza della rinascita dell'ebraico, la cui gestazione ha interessanti paralleli con quella dell'esperanto [16]. Quando Eliezer Ben-Yehuda, dopo circa 2300 anni, lanciò la rinascita dell'ebraico parlato, pochi lo presero sul serio. La storia del movimento sionista, invece, gli diede ragione: si formarono asili in cui l'ebraico era per i genitori una L2 e per i bambini divenne una L1 [18]. Il fatto interessante è che questo processo ha portato a una parziale ibridazione dell'ebraico non solo non prevista dal suo glottoteta ma anzi deprecata: l'ebraico ha assimilato il suffisso
(9) Uso il termine esperantista per indicare i parlanti attuali dell'esperanto, che non posso prescindere da un coinvolgimento ideologico. Uso il termine esperantofono per sottolineare la competenza linguistica, scevra da coinvolgimenti ideologici.
russo -acia (corrispondente a grandi linee al suffisso italiano -azione) nonché parte del lessico, specie per i lessici gergali o le imprecazioni dal russo, così come dall'inglese, dallo yiddish e anche dall'arabo, L1 per gli ebrei orientali (misraici) e mediterranei (sefarditi). Ciò non ha minimamente intaccato le potenzialità linguistiche dell'ebraico, ma al contrario questi contatti lo hanno arricchito, con buona pace degli araldi del purismo linguistico, che avrebbero preferito una lingua esclusivamente aderente all'ebraico biblico, dal quale non si è comunque spostato più che tanto.
La mia sensazione, ed è il secondo aspetto della risposta alla posizione antieuropeista di alcuni esperantisti, è che ci sia un sentimento soggiacente di purismo linguistico simile a quello riguardante il caso dell'ebraico moderno: per paura che l'esperanto vada fuori controllo, lo si vuole tenere sotto una campana di vetro.
Io sono profondamente convinto che questo timore sia egoistico e che si fondi su un sentimento linguisticamente un po' puerile. Ho abbastanza fiducia nella solidità delle fondamenta dell'esperanto per non temere alcun tipo di contatto linguistico nel caso di uso diffuso, né tantomeno il disfacimento della lingua in dialetti incomprensibili: l'idea formidabile di Zamenhof è stata quella di dare delle marcature sintattiche trasparenti alle categorie grammaticali di base soggiacenti qualsiasi lingua, vale a dire, per usare i termini di Hagège, nomi (in -o), nominanti (in -a), verbanti (in -e) e verbi (in -i). Questo la rende profondamente differente dall'ebraico, e dalle altre lingue a vocazione au-siliaria: nessuna ha una tale solidità strutturale e una così ampia apertura lessicale, una facilità ad assimilare pienamente tramite calchi e non prestiti. L'esperanto è una lingua fortemente preparata a contatti linguistici di qualsiasi tipo.
Io dico no, dunque, a micronazionalismi espe-rantistici più o meno velati: sì invece a una visione più ampia e coraggiosa per l'esperanto e gli esperantisti. Che giochino un ruolo centrale all'interno di una politica linguistica ecologica per l'Unione Europea.
7. Proposte operative e conclusioni
In conclusione, cosa bisognerebbe fare per adottare l'esperanto come lingua federale europea, in concreto? Ammesso e non concesso che l'esperanto venga adottato come lingua federale, alcune azioni preliminari risultano
opportune (10). Per cominciare è necessario tradurre il lessico tecnico-burocratico dell'Unione Europea (Eurodicautom). In alcuni settori tecnici, per esempio nel campo della matematica, il lessico dell'esperanto non è ancora abbastanza stabilizzato [21].
Di più difficile realizzazione, invece, è realizzare un piano per formare i formatori a tutti i livelli: non ci sono abbastanza insegnanti d'esperanto, oggi, per coprire i bisogni di 470 milioni di cittadini europei e oltre. Si potrebbe lanciare uno studio di apprendimento su un campione rappresentativo delle scuole in Europa sulla base degli studi di cibernetica pedagogica di Paderborn, i più avanzati in questo campo. Mi piacerebbe che fosse assegnato uno stato consultivo linguistico all 'Akademio de Esperanto, il più autorevole organismo di controllo, magari nell'ambito della Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali, di cui già si è parlato a proposito delle Raccomandazioni Mannheim-Firenze. Altrettanto importante sarebbe una serie di azioni per sensibilizzare un'opinione pubblica a favore e - perché no? - contro l'esperanto: non è pensabile che l'esperanto né altra soluzione ufficiale del multilinguismo europeo venga imposta dall'alto come l'euro, che è stato presentato come un fatto necessario e imprescindibile, difatti nessun cittadino ha mai votato pro o contro.
Tutte queste azioni, che ci portano di nuovo nel campo della fantapolitica, richiedono del tempo perché i cittadini si adattino. Ci dovrebbe essere un periodo di transizione. Lanciare una televisione pubblica europea autorevole in esperanto, una volta che l'esperanto fosse entrato nel periodo di transizione, potrebbe essere una buona idea.
In questo scenario da fantapolitica, nel volgere di una generazione (quella degli asili di cui si è parlato poc'anzi), i cittadini europei avrebbero una lingua comune per veicolare l'identità europea: non è poco. L'esperanto si profila come il veicolo ideale del paradigma dell'ecologia linguistica in chiave europea: ogni europeo si sentirebbe cittadino della propria città in cui parla dialetto, cittadino della propria nazione in cui parla la lingua ufficiale e-finalmente- cittadino d'europa in cui parla esperanto. Finalmente una situazione linguistica equa ed effoiciente insieme. L'esperanto rappresenta un'opportunità per un?Europa che abbia il coraggio di rispettare i diritti linguistici dei suoi cittadini. Un'opportunità, se non la lascia scappare prima che sia troppo tardi.
(10) Non viene affrontata in questa sede la questione dei costi del multilinguismo europeo. Nel 1999 i costi di interpretariato e traduzione furono di 685,9 milioni di curo, e da allora emerse una campagna politica del Partito Radicale a favore dell'esperanto per ridurre questi costi. Ma dividendo quel valore per i circa 370 milioni di cittadini di allora dell'Unione fa 2 euro per cittadino all'anno: meno di 1% del budget totale delle istituzioni europee. Per confrontare, si noti che la PAC (Politica Agricola Comune) nello stesso anno stanziò 40.490 milioni di euro, pari a circa il 42 %. del bilancio comunitario. Non credo che il costo di introduzione dell'esperanto e di difesa delle altre lingue in una politica linguistica ecologica sarebbe minore dei costi attuali: i costi verrebbero solo, si fa per dire, ripartiti in maniera più giusta. Ritengo che il quid della politica linguistica europea sia una questione di diritto alla lingua più che di costi.
Bibliografia
[I] Direzione Generale Interpretazione, Servizio Comune Interpretazione e Conferenze (SCIC),
La storia, Url: http://europa.eu.int/comm/scic/thescic/history_it.htm
[2] Gazzola M., La relazione fra costi economici e costi politici del multilinguismo nell'Unione europea
(tesi di laurea), Università Bocconi, Milano A.A. 2001-2
[3] Direzione Generale Interpretazione, Servizio Comune Interpretazione e Conferenze (SCIC),
L'interpretazione asimmetrica,
Url: http://europa.eu.int/comm/scic/interpreting/tech_asymmetric_it.htm [4] Direzione Generale Interpretazione, Servizio Comune Interpretazione e Conferenze (SCIC),
Situazione di pivot (pivot unique),
Url: http://europa.eu.int/comm/scic/interpreting/ tech_pivot_it.htm
[5] Direzione Generale Interpretazione, Servizio Comune Interpretazione e Conferenze (SCIC),
Principio del relais, Url: http://europa.eu.int/comm/scic/interpreting/tech_relay_it.htm
[6] Sabatini et. alt., Raccomandazioni Mannheim-Fircnze, Accademia della Crusca, Firenze 2003, Uri: http://www.accademiadellacrusca.it/Raccomandazioni_Mannheim.shtml
[7] Crystal D., English as a Global Language, Cambridge University Press, Cambridge 1997.
[8] Charlemagne, / understand, up to a point in The Economist, p. 32, voi 372, n. 8391, Londra 2004.
[9] Marani D., Las adventures des inspector Cabillot, Mazarine, 1999.
[10] Phillipson R., English-Only Europe? Challenging Language Policy, Routledge, 2004.
[II] Hagège C, Morte e rinascita delle lingue - Diversità linguistica come patrimonio dell'umanità (titolo originale: Halte à la mort des langues), Feltrinelli, Milano 2002.
[12] Tsuda Y., The Hegemony of English and Strategies for Linguistic Pluralism: Proposing thè Ecology of Language Paradigm,
Url: http://www.toda.org/conferences/hugg_hon/hugg_hon_papers/y_tsuda.html [13] Bausani A., Le lingue inventate - Linguaggi artificiali, linguaggi segreti, linguaggi universali, Trauben (su licenza Ubaldini), Roma 1974.
[14] Pennacchietti R, L'internazionalità dell'esperanto e il carattere degli elementi indoeuropei in esso in
Chiti-Batelli (a cura di), La comunicazione internazionale tra politica e glottodidattica, Marzorati, Milano 1987.
[15] de Saussure, F., Introduzione ni secondo corso di linguistica generale (1908-1909) (a cura di Raffele Simone, Ubaldini, Roma 1970.
[16] Gobbo F., Il dilemma dell'esperanto (tesi di laurea), Università degli Studi, Torino A.A. 1997-8
[17] Eaton, H. S., The Educational Value of an Artificial Language in The Modern Language Journal, Vol. 12, No. 2 (Nov., 1927), 87-94.
[18] Versteegh K., Esperanto as a First Language: Language Acquistion with a Restricted Input in Linguistics, n. 31,1993, pp. 539-555.
[19] Bergen B. K., Nativization processes in L1 Esperanto in J . Child Lang., 28 (2001), 575-595.
[20] Corsetti R., A mother tongue spoken mainly by fathers in Language Problems and Language Planning, 20:3,263-273.
[21] Derks ]., Paso en bona direkto: matematika vortaro de Mare Bavant in La Gazeto , n. 113, vol.5, Creué 10-2004, pp.28-30
Federico Gobbo
Dipartimento di Informatica e Comunicazione
Università degli Studi dell'Insubria, Varese
Intervento al 72° Congresso Italiano di Esperanto, Treviso, 4 settembre 2004